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In aula, il mio no al Premierato



Ecco il testo. completo dell'intervento


Grazie Signor Presidente,

La nostra Costituzione, Signor presidente, è l’affresco principe della nostra democrazia.

È il capolavoro della politica italiana su cui è rinata l’Italia dopo anni bui di regime e di guerra.

È la cappella Sistina della Repubblica su cui sono impresse, con parole chiare, semplici, incisive, i principi fondanti del nostro Stato di diritto. Valori universalmente riconosciuti e regole democratiche con cui le nostre madri e i nostri padri Costituenti hanno dipinto il ritratto di quella che sarebbe diventata una delle democrazie più avanzate al mondo. E lo hanno fatto con una visione a lungo termine che non si basava su umori o opportunità del momento o sulle percentuali di questo o quel partito o leader, ma con la consapevolezza che chi doveva uscirne vincitore era lo Stato, nel suo insieme di istituzione e cittadini.

La nostra Costituzione è nata attraverso una discussione che ha coinvolto tutto l’arco costituzionale perché la democrazia, Signor Presidente, è confronto, è mediazione, è condivisione. In particolare, di quelli che sono i pilastri chiamati a reggere tutto l’impianto democratico. Impianto che, fino a oggi, non ha mostrato crepe proprio grazie al modo con cui la Costituzione italiana è stata studiata. E approvata.

Oggi, invece, si propone di cambiare quello stesso impianto senza che vi sia stato alcun confronto preventivo e condiviso auspicabile, anzi essenziale, per un’eventuale modifica così incisiva e stravolgente del nostro sistema politico istituzionale.

 

Signor presidente, noi siamo qui, in quest’aula, chiamati a rappresentare il popolo italiano e a garantire che le differenti visioni della società e della politica siano considerate, rispettate e soddisfatte.

 

Quale momento più alto di una modifica costituzionale richiederebbe, allora, il confronto e la sintesi fra noi eletti?

Su cosa dobbiamo ragionare di comune accordo se non sulle modifiche costituzionali, di quella carta, cioè, che è la garanzia reale e duratura della Repubblica italiana?

 

Dovremmo essere chiamati a una condivisione dei principi di riforma per mantenere intatto quale ritratto di democrazia realizzato nella Costituzione con pennellate semplici ma cariche di valore.

Senza dover far ricorso a contorsioni linguistiche, i 139 articoli della Costituzione non lasciano spazio a dubbi e conservando i propri colori freschi e vivaci dopo a quasi 80 anni.

Ad esempio, l’Articolo 94 quello che racchiude l’essenza del rapporto fra governo e parlamento, ovvero l’esercizio del voto di fiducia, è composto da sole 88 parole.

 

Fra l’altro, Presidente, che questo sistema di fiducia funzioni il governo lo sa bene, visto che nel corso della legislatura ne ha fatto abbondante ricorso bloccando di fatto il lavoro legislativo di competenza delle camere.

 

Ebbene, signor presidente, questo articolo con le modifiche che il governo propone, passerebbe da 88 a ben 246 parole, quasi il triplo.

Potrebbe sembrare una banalità, ma non è così. Perché è nella chiarezza del tratto, delle parole, del linguaggio, che viene definita la trasparenza di una legge, di un articolo, di un comma. E da questa trasparenza ne deriva forza e quella genuinità legislativa che portò il Capo dello Stato provvisorio Enrico De Nicola ad affermare: "Possiamo firmare con sicura coscienza". Si riferiva alla nostra Costituzione.

 

 

 

Vede Signor presidente, questa frase dell’allora Capo dello Stato, che non a caso è utilizzata sui canali di comunicazione ufficiali del Senato della Repubblica, deve far riflettere oggi più che mai.  

 

Il gioco democratico fu studiato perché ci fossero pesi e contrappesi, perché la Repubblica avesse nel suo DNA gli elementi per risolvere conflitti interni, fra organi dello Stato, e soprattutto, perché ci fosse quel bilanciamento necessario fra l’attività di governo e del parlamento che vede nel Presidente della Repubblica il massimo punto di equilibrio. E vorrei sottolineare la parola equilibrio.

 

Le madri e i padri costituenti, che pur venivano da partiti ed esperienze diverse, mai hanno immaginato uno Stato in cui ci fosse una concertazione di potere maggiore in una delle sue componenti, ben consapevoli che per storia, tradizione, cultura ed esperienza era l’equilibrio l’essenza democratica che avrebbe garantito il futuro della Repubblica.

La modifica dell’articolo 94 della Costituzione introdurrebbe una rigidità eccessiva nei rapporti tra Parlamento e Governo, attraverso automatismi procedurali che inciderebbero sul vincolo fiduciario e concentrerebbero poteri nelle mani di un Presidente del Consiglio in nome della stabilità di Governo.

 

Ma la stabilità, Signor presidente, va ricercata nelle alleanze basate su una condivisione della visione del Paese, sulle strategie da adottare perché Governo e parlamento lavorino sugli stessi obiettivi. Non si può sacrificare la pluralità della nostra cultura politica per una stabilità che null’altro sarebbe che la concentrazione di un potere eccesivo nelle mani di una donna o di un uomo impegnati, probabilmente, più alla ricerca di consensi Social, che ad operare per il bene comune. Cose che, purtroppo, troppo spesso sono in contrapposizione o non collimano.

 

Noi, signor Presidente, ci opponiamo a questa visione social delle istituzioni…… che, fra l’altro, è di per sé elemento destabilizzane, visto che il consenso social è altalenante almeno quanto la borsa in momenti difficili dell’economia. E questo può testimoniarlo, per esperienza diretta, un illustre esponente della maggioranza e del governo che ricopre la carica di vicepresidente del Consiglio dei ministri.

La responsabilità della politica non è quella di navigare le onde degli umori popolari, ma quella di riuscire, nella tempesta, a tenere la barra a dritta, verso quelli che sono gli obiettivi a lungo termine.

Obiettivi da raggiungere basandosi su analisi reali delle opportunità, dei doveri, degli accordi internazionali. Non su like e followers. Perché il Paese deve contare su una guida forte nelle idee e nei progetti, a prescindere da chi in quel momento sia a capo del governo.

È questa la stabilità che dobbiamo ricercare. Non quella effimera di numeri basati su seggi distribuiti più che sul consenso elettorale, su degli artifizi matematici messi in essere per premiare una persona alimentando un alto rischio di plebiscitarismo.

L'elezione diretta del premier potrebbe, anzi, può trasformare le elezioni in un plebiscito, focalizzando l'attenzione solo sul leader e non sui partiti o sulle questioni politiche dando vita a cambiamenti costituzionali non scritti.

Lo stesso Gianni Letta, non certo esponente di opposizione, ci ha messo in guardia sottolineando come questa modifica costituzionale ridurrebbe i poteri del Presidente della Repubblica proprio perché la forza che deriva dalla investitura popolare è certamente maggiore di quella che deriva dal Parlamento. E ciò porterebbe squilibrio in quella che è oggi la dialettica istituzionale.

Senza, fra l’altro, risolvere l’annoso problema della scarsa partecipazione alle elezioni. Una disaffezione al voto, quella del popolo italiano, che, purtroppo, raggiunge livelli sempre più alti.

Un eventuale bonus di maggioranza potrebbe quindi essere assegnato a chi in realtà rappresenterebbe una piccola minoranza degli aventi diritto al voto. E una percentuale ancor minore se si considera la fetta della popolazione che non ha acquisito ancora il diritto di voto, come i nostri ragazzi non ancora maggiorenni ma già parte attiva della vita civile del Paese.

Altro che stabilità politica, Signor Presidente. L’approvazione del Premierato equivarrebbe al lancio di un secchio di vernice sul capolavoro del Giudizio Universale di Michelangelo. Allo vandalizzazione della Cappella Sistina.

 

Quindi, Signor presidente, il mio invito è quello di accantonare questa riforma dannosa e vandalica per il Paese e avviare un confronto bipartisan che parta dall’esigenze di coinvolgere un numero maggiore di cittadini nella scelta del governo. E solo dopo sarà possibile esplorare cambiamenti alle regole in modo che garantiscano, non la stabilità di un Governo, non la carica di un leader, non la maggioranza di un partito, ma lo Stato, le istituzioni e i cittadini!

Tramite Lei Signor Presidente mi appello ai partiti di maggioranza: Fermatevi! Siamo ancora in tempo per avviare una nuova Costituente così che tutti insieme, sull’esempio del Presidente De Nicola, potremo votare eventuali cambiamenti “con Sicura Coscienza”.


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